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Ferruccio Farina

SIGISMONDO MALATESTA, 1417-1468

Le imprese, il volto e la fama
di un principe del Rinascimento

prefazione di di Remo Bodei

MAGGIOLI EDITORE

240 pagine, 138 illustrazioni a colori

 

Remo Bodei, dalla prefazione al volume

 

Ferruccio Farina è uno storico per passione, non per dovere di professione. La sua è una di quelle passioni assolute, sanguigne, irruenti, partigiane (tipicamente romagnole, direi) per la sua terra e la sua storia, finora divise tra Francesca da Rimini e Sigismondo Pandolfo Malatesta, due figure dal profilo letterario e storico di dimensione internazionale.

Diversamente da molti eruditi locali, che vanno alla ricerca di episodi minori o di documenti inediti di scarsa importanza, egli traccia invece ritratti a tutto tondo dei suoi personaggi.

E lo fa con cognizione di causa, con ampia, solida e controllata documentazione, frutto di lunghe e minuziose ricerche, simili a quelle che lo hanno portato a raccogliere la più grande collezione esistente di testi, immagini, film e memorabilia su Francesca e a organizzare

numerosi convegni sulla sua figura.

 

Giovandosi della più accreditata storiografia malatestiana, ma professando – non senza un tocco di civetteria – il carattere “divulgativo” del suo libro, mette ora a fuoco la figura di Sigismondo Malatesta (1417-1468) contestualizzandolo

nella complessa scena italiana di quei tempi.

Lo fa attraverso un’attenta cronologia, un esame accurato della vita, delle opere, delle

immagini pittoriche e delle medaglie che lo rappresentano, ma specialmente

della fama, tra il criminale e l’eroe, che lo ha accompagnato tra i contemporanei

e i posteri (degli “elogi e delle invettive tra XV e XX secolo”, testimoniate

da una intelligente antologia di testimonianze letterarie).

 

Questo principe, uno dei migliori condottieri del suo tempo, assieme a Francesco Sforza e al Conte di Carmagnola, combatté oltre cento battaglie dall’età di tredici anni sino a poco prima della morte. In tempi torbidi e senza pace, si trovò a cambiare spesso alleanze (ma sempre, e Farina

lo ha ben presente, per difendere il suo stato). Fu in favore del papato e poi contro; con Venezia contro i Visconti e poi con i Visconti contro la Serenissima; con Alfonso d’Aragona e poi contro in una vicenda di pagamenti non ricevuti e richiesti. In ragione di questa contesa Alfonso lo fece

escludere dalle trattative della pace di Lodi (1454), che garantì per oltre quarant’anni la pace interna tra gli stati italiani. (Quasi) sempre rimase però implacabile avversario di Federico da Montefeltro.

Nell’ultima fase della sua esistenza, si sentì soprattutto tradito e beffato dal papa Pio II, che, nei suoi Commentarii rerum memorabilium, tra le altre calunnie, lo accusò di aver riempito quello che sarebbe stato chiamato Tempio Malatestiano “di tante opere pagane che non sembra un tempio di cristiani ma di infedeli adoratori dei demoni”.

 

In realtà, questo edificio rappresenta, nel campo dell’architettura, la maggiore manifestazione

del neo-platonismo rinascimentale. Sulla sua passione sulla filosofia e sulle arti, osserva Farina che il suo pensiero si “trasformerà in laboratorio negli anni tra il 1450 e il 1453, scegliendo per la sua corte artisti e sapienti eccellenti come Roberto Valturio, Basinio da Parma, Agostino di Duccio, Leon Battista Alberti, Piero della Francesca e Matteo de’ Pasti.

Impegnandosi insieme a loro nel trasformare il suo pensiero in sogno e il suo sogno in progetto. E trasformando il progetto in opera”.

Nel suo generoso mecenatismo di protettore delle arti, il tempio fu voluto fortemente da Sigismondo, egli stesso poeta e seguace di Gemisto Pletone (le cui ossa aveva disseppellito e portato dalla Grecia a Rimini). Da non dimenticare inoltre, sul piano dell’architettura militare, il palazzo-fortezza di Rimini, il Castel Sismondo, l’Arc firmissima, lodata da Valturio (celebre autore

del De re militari) e ammirata nei secoli, oggi praticamente irriconoscibile.

 

Proprio nell’incipit e lungo tutto il volume, c’è la feroce polemica di Farina contro Pio II, principale eroe negativo, anti-Sigismondo per eccellenza:

“Mai, nella storia della Chiesa, s’erano visti tanta crudeltà e tanto accanimento

da parte di un papa come nella guerra personale messa in campo

contro Sigismondo Pandolfo Malatesta da Pio II, al secolo Enea Silvio

Piccolomini”.

Lo stesso Pio II, attraverso Niccolò Cusano, allora cardinale a Roma, ne espone le accuse di eresia: “[Il cardinale Cusano] in base all’esame dei documenti della causa, dichiara accertato il fatto che Sigismondo è eretico, poiché nega la resurrezione dei morti, sostiene che l’anima degli

uomini è mortale e non crede nel regno dei cieli. Inoltre risultano comprovati gli omicidi, le violenze, gli adulterii, gli incesti, i sacrilegi, gli spergiuri, i tradimenti e le colpe, quasi infinite, gravissime e atrocissime, che gli vengono rimproverate. Non v’è dubbio che sia degno del sommo castigo”.

 

“Bandito per rebello” dal papa, caduto in disgrazia, isolato, sconfitto, Sigismondo ottenne infine da Venezia di essere mandato in Morea (l’attuale Peloponneso) per respingere i turchi. Lì si ammalò a causa della pestilenza che infuriava negli accampamenti e, rientrato a Rimini, si riconciliò con il

nuovo papa Paolo II e lasciò per testamento alla moglie Isotta e al figlio Sallustio i propri domini, poi conquistati dal figlio maggiore, illegittimo, Roberto Malatesta. Con il mestiere delle armi guadagnò e perse enormi fortune, ebbe folgoranti vittorie e dolorose sconfitte (fu, come lo definì Ezra Pound nei Cantos malatestiani, “il miglior perdente della storia”).

 

Il volume, da cui si impara moltissimo, si legge con gusto e costituisce uno spaccato della nostra tormentata, ma gloriosa storia.

E, di questi tempi,non è poco.

Pisa, ottobre 2017 Remo Bodei

In copertina:

Agostino di Duccio, Sigismundi vera est victoris imago, fine 1454, inizi

1455. Marmo, cm 89. Particolare del bassorilievo sul coperchio dell’Arca

degli Antenati e dei Discendenti. Cappella della Madonna dell’Acqua.

Rimini, Tempio Malatestiano. Riproduzione da un calco in gesso conservato

al Museo della Città di Rimini “Luigi Tonini”. Foto di Casalboni &

Delucca Fotografi.